N. 100 - Allegato - Fede cristiana e giustizia sociale di + Bruno Forte
Fede cristiana e giustizia sociale (Chieti, Università, 28 Novembre 2008) di + Bruno Forte Arcivescovo di Chieti – Vasto
Uno sguardo anche rapido alla situazione dell’Italia d’oggi mostra con fin troppa evidenza i tratti di un Paese stanco e diviso. La stanchezza si profila non solo nei segni preoccupanti di recessione economica, nella perdita di competitività di molte delle nostre aziende, nella diffusa incapacità a elaborare e perseguire una progettualità di largo respiro, ma anche e soprattutto nella perdita di carica utopica, riscontrabile specialmente fra i giovani, nella penuria di speranza che si avverte tanto nella vita personale, quanto nell’impresa collettiva, nella disaffezione all’impegno politico, che sembra diventato sempre più monopolio di una casta, che si riproduce per clonazione, e spesso al ribasso. Una delle grandi ragioni di questa stanchezza diffusa è l’alto tasso di litigiosità della politica, espressione di divisioni profonde, radicate in logiche di parte prigioniere dei propri particolarismi e incapaci di alzare lo sguardo all’orizzonte più ampio ed esigente del bene comune. L’Italia di oggi appare più che mai un Paese bisognoso di cambiamenti profondi, capaci di generare nuovo futuro. A questo processo di trasformazione e di rinnovamento non dovrà mancare il contributo dei credenti: lo ha affermato con grande incisività Benedetto XVI nella Sua recente visita in Sardegna: “Il mondo del lavoro, dell’economia, della politica… necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile” (Omelia, Cagliari, 7 Settembre 2008). È interessante notare come il Papa abbia sintetizzato efficacemente il bisogno urgente della società italiana in un sostantivo – “sviluppo” – che dice la profonda esigenza di innovazione e di progresso, e in un aggettivo – “sostenibile” – che sottolinea l’urgenza di misurarsi con la realtà in vista di un uso equilibrato delle risorse, di una distribuzione equa dei vantaggi, di un’attenzione alla complessità culturale, sociale e storica, che non può essere in alcun modo banalizzata. Alla ricerca di soluzioni di sviluppo sostenibile dovrà partecipare efficacemente – nell’auspicio di Benedetto XVI – “una nuova generazione di laici cristiani impegnati”. Il richiamo alla novità generazionale va riferito anzitutto ad un dato cronologico, anche se il nuovo non potrà esaurirsi a questo livello: non si nota fra i grandi protagonisti della vita delle istituzioni e della società politica quel ricambio generazionale, che può garantire l’affiorare di istanze e urgenze nuove nelle posizioni dirigenziali della vita del Paese; i meccanismi di ricambio appaiono appesantiti e in parte bloccati (si pensi solo all’eliminazione della “preferenza” nell’esercizio del voto); non si profilano nuove figure credibili di protagonisti dell’azione politica. La novità dovrà evidenziarsi anche nel campo della mentalità, della “visione del mondo”, dello stile dell’impegno sociale e della mediazione politica. La domanda che nasce diventa allora quella intorno alle caratteristiche che un cristiano dovrà sforzarsi di avere per porsi al servizio della collettività,in modo da apportare un contributo efficace alla ricerca delle opportune “soluzioni di sviluppo sostenibile”. Vorrei richiamare sette urgenze, che si traducono in altrettante, necessarie qualità umane e spirituali.
1. L’orizzonte ultimo: la prima caratteristica che un cristiano dovrà avere per contribuire al superamento della stanchezza e delle divisioni del Paese è uno sguardo capace di spingersi lontano e in alto. La paura e l’abdicazione si vincono solo guardando a mete grandi, ardue, ma possibili. Occorrono testimoni di speranza, che diano soffio e slancio all’azione sociale e politica, sapendo guardare all’ultimo orizzonte ed alla patria vera: donne e uomini capaci di pensare in grande, di osare per una meta bella ed alta, di pagare il prezzo anche a livello personale per il conseguimento
di un fine che valga la pena. Per il cristiano questo vuol dire tenere desta nella mente e nel cuore la sua “riserva escatologica”, quel potenziale cioè di attesa, di carica profetica, di speranza della fede, che impedisce di arrendersi di fronte alle esigenze – spesso brutali – della “Realpolitik” o degli interessi di corto raggio degli egoismi personali o collettivi. La speranza dei grandi orizzonti di giustizia e di pace per tutti, il desiderio dello “shalom” voluto dal Signore, è la prima e profonda molla di un credente che voglia impegnarsi al servizio degli altri: “Beati coloro che sognano: porteranno speranza a molti cuori e correranno il dolce rischio di vedere il loro sogno realizzato” (dom Helder Camara). Il cristiano vive ogni spazio di vita e di impegno per gli altri illuminato dall’“aurora dell’atteso, nuovo giorno che colora ogni cosa della sua luce” (Jürgen Moltmann), il giorno del Dio che viene, desiderato, preparato e atteso nella speranza della fede. Come afferma Benedetto XVI nell’Enciclica Spe salvi, “il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino” (n. 1). 2. Una capacità di giudizio morale: chi misura costantemente la prassi sociale e politica con l’orizzonte della speranza più grande ed affidabile, non si limiterà a giudizi meramente pragmatici nelle scelte da fare. La tattica dei piccoli passi deve unirsi alla strategia delle grandi mete, dei sogni e delle speranze collettive. C’è bisogno di protagonisti capaci di misurarsi costantemente con l’assolutezza dei giudizi etici, con le esigenze dell’amore di Dio e dell’obbedienza alla Sua volontà. Non si vive di solo pane: occorre promuovere con la vita la dignità della vita, con il soddisfacimento dei bisogni materiali la cura delle esigenze spirituali. Come affermava il gesuita tedesco Alfred Delp, morto martire della barbarie nazista in campo di concentramento: “Il pane è importante, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è la fedeltà mai tradita e l’adorazione vera”. Abbiamo bisogno di uomini e donne disposti a soffrire per la verità, pronti a non cedere al compromesso morale, decisi nel rifiutare la menzogna e il vantaggio egoistico: in una parola, disposti a misurarsi costantemente col giudizio di Dio sulla storia e sulle singole vicende umane. Donne e uomini eticamente impegnati, che non sbandierino valori non vissuti in prima persona, almeno sul piano della tensione e dello sforzo onesto. C’è necessità di chi parli di custodia della vita impegnandosi a difendere ogni vita, in ogni fase, contro la violenza dell’aborto e la disumanità dell’eutanasia, come contro la barbarie del terrorismo e della guerra, specialmente della cosiddetta guerra preventiva intesa come strumento di pace.
3. Il bene comune come fine: chi si impegna al servizio del bene comune sull’onda della speranza più grande e nella tensione di un giudizio etico costantemente sottoposto al vaglio del disegno di Dio sulle vicende umane, non potrà non proporsi come scopo prioritario del suo agire il servizio al bene comune. Giustizia per tutti, pace come frutto di dialogo, perdono ricevuto e donato, promozione e rispetto della dignità di ciascuno, sono i volti concreti del bene comune, cui tendere con il proprio impegno. Così la politica diventa altissima forma di carità e di possibile santità: lo ricordava il grande pontefice Paolo VI, in un testo di immutata attualità: “Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli - locale, regionale, nazionale e mondiale - significa affermare il dovere dell'uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell'umanità. La politica è una maniera esigente - anche se non la sola - di vivere l'impegno cristiano al servizio degli altri… Pur riconoscendo l'autonomia della realtà politica, i cristiani, sollecitati a entrare in questo campo di azione, si sforzeranno di raggiungere una coerenza tra le loro opzioni e l'evangelo e di dare, pur in mezzo a un legittimo pluralismo, una testimonianza personale e collettiva della serietà della loro fede mediante un servizio efficiente e disinteressato agli uomini” (Paolo VI, Octogesima adveniens, nell’80° Anniversario dell'Enciclica Rerum Novarum, 14 maggio 1971, n. 46). Condizione indispensabile di un autentico impegno al servizio del bene comune è l’essere disinteressati, non attaccati al denaro e al potere, umili e senza pretese: “Chi è troppo attaccato al denaro - scriveva don Luigi Sturzo, straordinario ispiratore dell’impegno politico dei cattolici - non
faccia l’uomo politico né aspiri a posti di governo. L’amore del denaro lo condurrà a mancare gravemente ai propri doveri” (L. Sturzo, Il manuale del buon politico, a cura di G. De Rosa, San paolo, Cinislelo Balsamo 1996, 132). E Desmond Tutu, vescovo anglicano premio Nobel per la pace per il suo impegno contro l’apartheid in Sudafrica, a proposito del potere affermava: “Gesù cercò di diffondere un nuovo paradigma del potere: potere e forza non sono finalizzati al conseguimento del proprio tornaconto personale, non sono strumenti di dominio, non devono servire ad accrescere la nostra autorità, in spregio a qualsiasi legge o convenzione... Il vero potere lo si scopre donando la propria vita, servendo il più debole, il più indifeso” (Anche Dio ha un sogno. Una speranza per il nostro tempo. L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2004, 103). Applicando questo criterio alla scena politica delle nostre democrazie, Tutu aggiungeva: “I veri leader devono prima o poi convincere i loro seguaci che non si sono buttati nella mischia per interesse personale ma per amore degli altri. Niente può testimoniarlo in modo più convincente della sofferenza” (105s). 4. La parola come mezzo: per il cristiano lo strumento di cui servirsi per la realizzazione dell’impegno sociale e politico è eminentemente la parola. “Appartenere alla massa e possedere la parola”: così don Lorenzo Milano descriveva le condizioni fondamentali di un autentico servizio ai poveri. Il cristiano - solidale con la massa dei bisogni umani - è generato alla fede dalla Parola di Dio, e sotto il giudizio di questa Parola vuole vivere e morire. Lampada ai suoi passi è la Parola, nutrimento della sua speranza, forza nella sua debolezza. Credere nella potenza della Parola rivelata vuol dire però anche credere nella capacità delle parola umana di farsi veicolo di verità, di giustizia e di amore. E questo significa credere nella fecondità e nell’efficacia del buon uso della ragione, di una ragione, cioè, rigorosamente aperta all’ascolto di Dio e degli uomini e radicalmente impegnata a porsi le vere domande e a cercare le risposte vere. La parola sarà di volta in volta analisi, lettura, interpretazione, giudizio, decisione: essa veicolerà denuncia, annuncio, proposta, giudizio di condanna e di approvazione. Il cristiano che voglia impegnarsi per la causa del bene comune, al servizio della giustizia per tutti, dovrà coltivare al massimo l’amore alla parola, anzitutto alla Parola di Dio, ma anche a tutte le espressioni migliori della parola umana: dai poeti ai letterati, dagli analisti e commentatori politici ai filosofi e ai teologi, agli economisti e ai sociologi, a tutti ricorrerà per imparare a discernere nella complessità della vita e della storia i segni dei tempi, le speranze e le attese, ciò che ha bisogno di cambiamento e ciò che invece va mantenuto. Allargare gli spazi della razionalità, nella fiducia profonda che fede e ragione - lungi dall’opporsi - si nutrono e promuovono reciprocamente; stimolare il dialogo a tutti i livelli, privilegiando la concertazione alle avventure dispotiche ed esclusivamente di parte; dare voce a chi non ha voce, parola e linguaggio a chi non ce l’ha; osare perfino di essere parola viva al servizio della causa di Dio e della verità, soprattutto in questioni etiche in cui siano in gioco valori assoluti, non negoziabili: queste sono le sfide cui si apre chi sceglie la parola come strumento di azione politica e di servizio sociale. La fiducia nella parola, infine, deve esprimersi anche in un parlare semplice, schietto e diretto, totalmente lontano dal “politichese” oggi di moda: è Giorgio La Pira a raccontare un episodio, che può chiarire bene questo punto. Un giorno egli si era recato a trovare il filosofo marxista Giörgy Lukács per parlare con lui della pace nel mondo. Trovandosi dinanzi a un tale pensatore, La Pira pensò bene di dover disquisire dottamente di filosofia. Fu allora che Lukács lo interruppe bruscamente: “Professore, lasci stare la filosofia, io sono vecchio. Mi parli di Isaia”. La Pira ricordava con rimorso struggente quell’incontro: “Per fare la figura dell’uomo colto, avevo perso tanto tempo con lui a parlare di filosofia…peccato che morì pochi mesi, e di Isaia non ebbi molte occasioni di parlargli. Ah, la vanità!...”. L’auspicio è che il politico cristiano impari a parlare del profeta Isaia, e soprattutto come parlava lui, con parole vere, dirette, capaci di mordere la realtà e di entrare nelle menti e nei cuori con semplicità.
5. Comunione e solidarietà: il servizio alla giustizia e alla pace non si attua come avventura solitaria, ma ha bisogno della comunità da cui attingere ispirazione e forza e con cui verificare
l’onestà e l’efficacia dell’impegno. Il cristiano impegnato nell’azione sociale e politica non dovrà mai servirsi della comunità a proprio vantaggio, in forma strumentale ed egoistica: ma non potrà fare a meno della comunità della Chiesa, dove apprende il linguaggio della giustizia e della pace volute da Dio e dove può aprirsi a quella correzione fraterna, di cui ha quanto mai bisogno nella difficile lettura dei passi da compiere nella mediazione propriamente politica e sindacale. Bisogna riconoscere che due atteggiamenti opposti hanno danneggiato questo rapporto nella storia del nostro Paese: da una parte, il collateralismo, che ha spinto talvolta i cristiani a ritenere un unico partito politico braccio secolare della gerarchia e degli interessi della comunità cristiana, e i politici che si fregiavano del nome cristiano a considerare la comunità come fonte di facili consensi e di alleanze sicure. Dall’altra, il disimpegno verso l’azione politica, che ha portato al disinteresse e all’abbandono di quell’atteggiamento di vigilanza critica e di attenzione alle ragioni dei più deboli, che dovrebbe essere sempre vivo nel popolo dei credenti. Entrambi questi atteggiamenti sono sbagliati: occorre costruire un rapporto di fiducia e di stimolo critico fra quanti nella comunità si riconoscono nella vocazione al servizio politico e sociale e la comunità stessa nel suo insieme. Occorre promuovere appuntamenti di riflessione comune e di dialogo, facendo tesoro del patrimonio straordinario costituito dalla dottrina sociale della Chiesa, che - dopo gli anni della critica ideologica e dell’abbandono superficiale da parte di tanti - si ripropone oggi come una riserva singolare di ispirazione, di giudizio e di proposta, libera tanto dalla cattura di forme ideologiche collettivistiche, rivelatesi insufficienti ed alienanti, quanto da quella di un liberismo senza regole, la cui debolezza si è manifestata ancora una volta nella crisi della finanza mondiale cui stiamo assistendo, con le drammatiche conseguenze che essa potrà avere sull’economia reale. In questa luce, si comprende che ciò di cui abbiamo bisogno non è tanto un partito unico dei cattolici, quanto una presenza dei cattolici nelle varie espressioni partitiche, per portarvi trasversalmente il fermento della carità evangelica e delle esigenze etiche e spirituali fondamentali, senza cui la vita umana in tutte le sue fasi ed espressioni non può essere né promossa né tutelata. In tal senso, la comunità cristiana dovrà poter riconoscere i portatori delle sue convinzioni non solo in chi si dichiara favorevole ad esse, ma soprattutto in chi - dichiarandosi tale - dimostra anche di vivere ciò che professa, e mentre fa scelte per la vita nell’esistenza personale e nella legislazione dello Stato, tutela e difende la dignità della vita umana anche col rifiuto della violenza, della guerra, dei pregiudizi razziali e con l’impegno per il superamento dell’ingiustizia sociale in ogni sua forma. Non andrà mai dimenticato che la solidarietà verso il più debole è cartina da tornasole per ogni impegno a difesa della vita!
6. Uno stile di vita: un simile impegno nel servizio sociale e politico esige un corrispondente stile di vita. Questo stile non è qualcosa che si improvvisi, ma un insieme di comportamenti, di modi di pensare e di agire, che si matura in anni di cammino, alla scuola di modelli veri e significativi. Questi modelli non sono mancati nella storia del cattolicesimo democratico e sociale: basti pensare a figure come quelle di Alcide De Gasperi e Giorgio La Pira! Che cosa essi ci insegnano? Quale stile di vita li ha caratterizzati, tanto da costituire un’eredità cui ispirarsi? Essi hanno unito la fede vissuta e la carità operosa a un rigoroso senso della laicità, intesa come professionalità e competenza nell’azione. È il Concilio Vaticano II a ricordarci che “è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l'uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o arte” (Gaudium et Spes 36). Occorre evitare tanto il clericalismo, che vede l’operatore sociale e politico passivamente dipendente dai dettami della Gerarchia o dagli interessi contingenti della comunità, quanto il laicismo, che - postulando una falsa idea dell’autonomia del mondo - intende relegare la dimensione della fede e dell’etica unicamente nella sfera del privato e dell’individuale. Dall’esperienza quotidiana di Dio, vissuta nella preghiera e nella carità, i santi della politica hanno attinto la forza del loro impegno generoso al servizio del bene comune, in difesa soprattutto dei poveri e dei deboli. Il loro disinteresse verso il denaro e il potere è stata la forza della loro azione, una delle sorgenti della loro autorevolezza morale,
riconosciuta anche da chi non la pensava come loro. E dall’incontro con Dio, essi hanno attinto anche quel senso della cattolicità, che sa temperare le giuste esigenze della situazione locale con quelle della mondialità ed abbraccia sempre inseparabilmente il locale e il globale: “Ogni 3,6 secondi - scrive ancora Desmond Tutu - qualcuno muore di fame, e in tre casi su quattro si tratta di bambini al di sotto dei cinque anni. Se comprendessimo di essere una sola famiglia, non consentiremmo che a nostro fratello o a nostra sorella accadesse una cosa del genere” (32). 7. Il primato della santità: alla luce delle caratteristiche esposte, non esiterei a parlare dell’urgenza di un primato da dare alla santità in politica e nell’impegno per la giustizia sociale. Nell’incipit della sua opera Rivoluzione personalista e comunitaria, Emmanuel Mounier pone le parole di Charles Péguy: “La rivoluzione o sarà morale o non sarà affatto” (Rivoluzione personalista e comunitaria, Comunità, Milano 1955, 21). E chiarisce nella pagine di questo importante libro che solo chi si fa rivoluzionare da Dio sarà in grado di rivoluzionare il mondo: “Si pretende che la rivoluzione sia uno sconvolgimento di fiamme e di fuoco. No, la rivoluzione è un tumulto ben più profondo. Metanoéite. Mutate il cuore del vostro cuore. E, nel mondo, muterete tutto quello che è stato da esso contaminato” (ib., 40). A chiunque fra i cristiani si impegni per la giustizia nell’azione politica o sindacale, come nel servizio sociale, vorrei ricordare che tutte le caratteristiche precedentemente indicate per il suo impegno si riassumono nella convinzione di dover rispondere a una sola chiamata, valida per tutti coloro che credono, quale che sia lo specifico della loro vocazione e missione: questa chiamata è la santità. È ancora Mounier a scrivere parole folgoranti come queste: “In questo mondo inerte, indifferente, incrollabile, la santità è ormai la sola politica valida e l’intelligenza, se vuole accompagnarla, deve conservare la purezza del lampo” ((ib., 43). A costo di parere ingenuo e sognatore, chiedo a Dio di suscitare politici e sindacalisti santi al servizio della nostra Italia. Vorrei chiederlo insieme a quanti queste mie parole potranno raggiungere, perché so che “chi sogna da solo, è un sognatore; ma se si sogna insieme, il sogno può diventare realtà”.
