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22/12/2008
MESSAGGIO DELL'ARCIVESCOVO BRUNO FORTE PER IL SANTO NATALE 2008
NATALE OGGI VUOL DIRE SPERANZA
NATALE OGGI VUOL DIRE SPERANZA
di
+ Bruno Forte
Dagli scenari del tempo, come da quelli del cuore, si leva per questo Natale una forte domanda di speranza: la crisi della finanza mondiale rischia di far pagare ai più poveri e ai più deboli le speculazioni dei furbi privi spesso di ogni senso morale; il castello di carte del denaro virtuale si dissolve lasciando sul terreno ferite gravi alla capacità produttiva di interi paesi; la perdita di orizzonti comuni di senso produce una frammentazione sempre più lacerante del tessuto sociale; il vuoto di carica utopica rischia di appiattire il sogno - soprattutto delle giovani generazioni - sui modelli del consumismo più corrosivo, mentre il sistema di dipendenza che è alla base del sottosviluppo rischia di determinare una generale invivibilità del pianeta, segnata dal dramma ecologico, dalle migrazioni esplosive e dalla tragedia quotidiana e troppe volte dimenticata della violenza e della fame. Di fronte a queste sfide la domanda di speranza si profila in chiunque non voglia rinunciare all'impegno e si opponga alla resa qualunquista o al particolarismo egoistico della ricerca di un benessere puramente individuale o di gruppo. Più che mai si avverte il bisogno di ragioni per vivere e per morire, per dare senso alla fatica dei giorni e valore alle scelte morali.
Profeticamente, agli inizi degli anni Sessanta, il Concilio Vaticano II aveva affermato: «Affinché tutti i cittadini siano aperti a partecipare alla vita dei vari gruppi, di cui si compone il corpo sociale, è necessario che trovino in questi gruppi dei valori capaci di attirarli e disporli al servizio degli altri. Legittimamente si può pensare che il futuro dell'umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni future ragioni di vita e di speranza» (Gaudium et Spes 31). Queste parole appaiono quanto mai vere di fronte allo scenario descritto. Ed è proprio questa verità che produce il disgusto morale ed il rifiuto netto di fronte alla litigiosità, al particolarismo ed alla diffusa carenza della capacità di "pensare in grande" e di "organizzare la speranza", che troppo spesso caratterizza il mondo della cosa pubblica specialmente nel nostro paese. Agli uomini di governo ed ai rappresentanti delle istituzioni - a tutti i livelli, e soprattutto ai vertici - bisognerebbe chiedere se e in che misura essi siano stati capaci e si sentano ancora in grado di trasmettere ai giovani «ragioni di vita e di speranza». Chi in coscienza dovesse dare a questa domanda una risposta negativa, non dovrebbe esitare a mettersi da parte o a cambiare radicalmente stile e scelte di vita. Quel che è certo è che nessuno - credente o non credente - può sottrarsi a questa sfida, su cui si gioca la dignità della propria vita e la forza del contributo che ciascuno può dare alla costruzione della "casa comune". In particolare non dovranno sottrarsi ad essa i nuovi amministratori regionali, cui va il doveroso augurio di corrispondervi con generosità e perseveranza.
In particolare però ai credenti, che celebrano la festa della giovinezza sempre nuova dell'amore di Dio, che è il Natale, la domanda di speranza si impone: rispondere ad essa esige che la fede non si esaurisca nell'esteriorità ripetitiva della tradizione né si arrenda alla logica dominante del consumismo, pervasiva anche in questi giorni non facili. Il dono che il mondo chiede a Natale non può ridursi alla somma dei tanti doni segnati dall'effimero, ma è quel dono, che non passa e dà significato alla vita, quello che Dio ha voluto accendere nel cuore dell'uomo e del tempo facendosi uomo. Natale, oggi più che mai, vuol dire speranza, capacità di pensare in grande e di impegnarsi senza risparmio per il bene comune, accanto ai più deboli, misurati e confortati dalla presenza del Figlio, fatto carne per noi.
